Autobiografia come strumento di crescita professionale

AUTOBIOGRAFIA per una consapevolezza professionale

La riflessione autobiografica rappresenta uno strumento privilegiato per lo sviluppo della consapevolezza professionale e personale dell’educatore. Ripercorrere la propria storia educativa, le esperienze fondative e le motivazioni profonde che orientano il proprio agire permette di riattivare significati, valori e intenzionalità che spesso restano impliciti nel quotidiano. Il percorso formativo si rivolge a educatrici e insegnanti dei servizi 0-6 anni, con l’intento di promuovere un processo di autoriflessione che favorisca una maggiore coerenza tra identità personale, stile educativo e contesto professionale.

Il cambiamento e la crescita personale dipendono anche dalla capacità di rico­noscere e di lavorare sul proprio copione educativo. Non si tratta di un percorso semplice perché è legato ai primi anni di vita di cui non c’è quasi memoria. Il percorso è occasione per scoprire qualcosa di inedito su di sé e migliorare le relazioni con gli altri. 

Tutti e tutte, abbiamo ricevuto l’influenza di una serie di comportamenti educativi, che in maniera inconsapevole, hanno determinato il nostro modo di esistere. Imparare a conoscerli e affrontarli può migliorare la relazione con gli altri ma principalmente il rapporto con sé stessi.

Perché non siamo il risultato di una semplice mistura genetica e psicologica. Abbiamo ricevuto molte influenze, vissuto con atteggiamenti educativi e culturali specifici, e questi hanno determinato il nostro modo di esistere, anche quando erano dettati in maniera inconsapevole.
Il copione educativo è una forma “solida” che segna profondamente il carattere e gli atteggiamenti futuri. In un certo senso ne definisce la struttura stessa della personalità. Il copione educativo è la “pelle” che indossiamo e che ci appartiene, la trama visibile del nostro essere, che si manifesta nel modo in cui incontriamo gli altri e attraversiamo gli eventi della vita.

Durante la formazione affronteremo i temi teorici con vari strumenti adeguati. Useremo la Scrittura Creativa, il Pensiero Immaginativo[1], la Visual Board, il Mandala Autobiografico, il Brainstorming, la Metafora dell’Arancia di Munari, l’Autoformazione come Stile Evolutivo.

L’esperienza di auto-riflessione permetterà di dare spunti e ampliare una progettazione identitaria. Sapere essere autentici e saper usare una modalità simbolica fa scaturire un agire divergente. Il dono che arriva è di poter meglio comprendere la storia educativa degli altri, partendo dalla propria. Otteniamo risultati tangibili quando osserveremo senza pregiudizio, ma con sano discernimento, i processi di crescita di ciascuno.
Faremo un viaggio creativo per acquisire consapevolezza e alla fine affermeremo:
“Ciò che vedo di me, posso comprenderlo. Ciò che comprendo, posso trasformarlo”.
Chi opera e lavora in ambito educativo, nelle relazioni d’aiu­to con le famiglie e i genitori, deve avere questa cognizione. L’educa­zione porta con sé temi importanti e pro­fondi, e sta a noi adulti allinearsi a valori e intenzioni attraverso pratiche concrete nel quotidiano.
La memoria autobiografica non serve a conservare, ma a costruire.
La proposta formativa è una possibilità che dialoga profondamente con l’idea che l’educatore è il primo “ambiente educativo”, ancor prima di progettare spazi, oppure scegliere attività o materiali, è chiamato a conoscere il paesaggio interiore dal quale nasce il suo modo di essere con i bambini. È passaggio naturale per vedere sé stessi come protagonista di un contesto educativo.

Con l’augurio di accompagnare i partecipanti non solo in un viaggio interiore, come una bussola, che ricorda la direzione del proprio percorso ma diventa una competenza professionale. L’educatore che conosce la propria storia è meno incline a confondere il vissuto del bambino e della sua famiglia con il proprio vissuto. Per questo riesce ad accompagnare, anziché reagire. Ogni educatore entra nella relazione con una “valigia invisibile”, fatta di ricordi, convinzioni, emozioni, modelli educativi e ferite. Questo bagaglio non rimane fuori dalla porta del nido o della scuola dell’infanzia: entra ogni giorno nelle conversazioni, negli sguardi, nelle interpretazioni dei comportamenti dei bambini e delle loro famiglie. Quando la “valigia rimane vuota”, rischia di orientare le relazioni senza che l’educatore se ne accorga. L’autobiografia rende questa valigia visibile e subito pronta ad essere usata.

  • Promuovere la conoscenza e la consapevolezza della propria storia educativa e professionale.
  • Riconoscere i propri modelli di riferimento e le esperienze significative che hanno contribuito alla costruzione dell’identità educativa.
  • Saper leggere gli spazi nei quali posso operare.
  • Sviluppare la capacità riflessiva del proprio agire pedagogico quotidiano.
  • Favorire il dialogo e il confronto tra colleghi e genitori attraverso pratiche narrative e autobiografiche.
  • Rinforzare il senso di appartenenza alla comunità educativa e il valore sociale della professione.
  • La memoria come radice professionale e ispirazionale.
  • La narrazione consapevole con la mappatura del proprio vissuto educativo.
  • Come “mi abito”, da quale punto di vista faccio emergere le mie convinzioni.
  • Colloquio con i colleghi o i genitori come alleanza con restituzioni efficaci.

Saranno privilegiati momenti di:

  • esempi concreti per comprendere su quale copione educativo ci basiamo;
  • coinvolgimento attivo e diretto dei partecipanti attraverso attività individuali e nel piccolo gruppo come allenamento per fare team/squadra;
  • condivisione e scambio nel grande gruppo, permette di esprimere le proprie potenzialità, talenti e capacità.
  • esplorazione basata creatività e intuizioni;
  • uso di strumenti pratici applicabili nell’ambiente lavorativo immediatamente.

Gli spicchi dell’arancia rappresentano le diverse dimensioni della storia del bambino: il nido o la scuola, la famiglia, le emozioni, il gioco, le relazioni, lo sviluppo, le fragilità e le risorse. Nessuno possiede l’arancia intera: il genitore ne conosce alcuni spicchi, l’educatore altri. Si può comprendere il bambino nella sua interezza solo osservandolo insieme.
Gli spunti teorico/esperienziali offrono la possibilità di immergersi in contesti accuratamente predisposti offrendo ai partecipanti la possibilità di entrare in attività emotivamente coinvolgenti; a volte sarà importante “svestirsi” del ruolo di insegnante per vivere appieno esperienze che superano il punto di vista già conosciuto e scoprire nuove prospettive.

La formazione diventa un’esperienza che modifica il modo di essere prima ancora del modo di fare, generando ricadute concrete sulla qualità delle relazioni educative e sul benessere dei bambini e delle loro famiglie. I partecipanti alla formazione non escono semplicemente con nuove informazioni, ma con uno sguardo trasformato. I servizi educativi della prima infanzia saranno costellati da professionisti capaci di entrare in dialogo con i genitori senza confondere la propria storia con quella dell’altro. È proprio da questa consapevolezza che può nascere una vera alleanza educativa, in cui il colloquio diventa uno spazio di narrazione condivisa e di costruzione di significato attorno alla crescita del bambino.


[1] di James Hillman, fondatore della psicologia archetipica, considera l’immaginazione non come un’evasione dalla realtà, ma come l’essenza stessa della psiche (“il modo in cui il cuore pensa”). Per Hillman le immagini sono entità autonome e reali che chiedono di essere comprese, non semplici proiezioni della mente

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