La pedagogia dell’errore

“un problema è qualcosa con una soluzione, se non c’è una soluzione, non c’è un problema” [West Bank].

Siamo tutti d’accordo che le domande aiutano a capire? Quante volte i bambini, i ragazzi vorrebbero rivolgerci delle domande e non si sentono legittimati a farlo, perché temono di essere derisi o giudicati? Spesso rispondiamo distrattamente e in modo irrispettoso. Eppure, come adulti e come docenti, facciamo domande che crediamo intelligenti e complesse, mentre per i bambini sono di una semplicità incredibile. Gli studi condotti nei diversi ambiti disciplinari confermano che il fare domande è alla base del processo di insegnamento: per vedere se stanno seguendo o hanno capito la lezione, per avviare o controllare la discussione, per interrogarli e dar loro una valutazione. Insomma, le domande, e precisamente quelle degli insegnanti, segnano e sovrastano la didattica e i libri di testo. L’intento del testo è quello di rintracciare alcune linee di intervento che aiutino i docenti a utilizzare in modo sempre più efficace le domande nella pratica didattica, e incoraggiare gli allievi a porre domande senza timori e a renderle sempre più calzanti e critiche.

Perciò la riflessione è: lasciamo spazio alle domande di emergere così come vengono senza giudicarle opportune o inopportune? Sappiamo bene che l’apprendimento avviene mediante tentativi di prove ed errori, grazie a tale processo che scopriamo e conosciamo nuovi percorsi.

Socrate e i suoi interlocutori seguivano una serie di domande e risposte per far emergere la propria ricerca della verità che è già dentro di noi, ma va tirata fuori attraverso il dialogo. Socrate definiva questo procedimento “maieutica” ovvero l’arte di far partorire, arte dell’ostetricia. La conoscenza è un concetto indefinito che trova evoluzione nell’errore e che colui che educa può facilitare il rapporto dei suoi allievi attraverso gli errori che commettono piuttosto che intervenire in modo punitivo ai fini di una correzione definitiva. 

Dei 180 articoli scientifici pubblicati da Einstein, una quarantina contengono errori significativi. Se abbiamo la penicillina, lo dobbiamo a sbagli commessi del suo scopritore, che andavano in cerca di altro. La stessa evoluzione degli esseri viventi procede grazie ai piccoli difetti. E se perfino il più grande scienziato della storia sbagliava spesso e volentieri, perché mai uno scolaro oggi dovrebbe trattenersi dall’alzare la mano e azzardare la risposta che ha in testa in quel momento.

Errare è una parola che nella radice significa deviare dalla solita strada. E non esiste grande scienziato che sia arrivato al successo senza salire su una gigante catasta di conclusioni sbagliate. I passi falsi della storia, della scienza insieme alle false percezioni che il cervello ci suggerisce, ci insegna ad accogliere con un sano scetticismo anche le osservazioni più evidenti. Che a una giusta conclusione si possa arrivare seguendo più strade.  Pensiamo a quanta importanza abbia saper riconoscere i propri errori, riuscire ad ammetterlo con se stessi e con gli altri, il dire “mi sono sbagliato, devo cambiare strada”. Il dialogo, la discussione e il confronto sono i mattoni basilari della scienza, ma anche uno degli ingredienti imprescindibili del vivere in comune. 

Se proviamo a cercare nei recenti studi e teorie sulla validazione di una pedagogia dell’errore possiamo arrivare nella seconda metà del ‘900 con le ricerche di Potter e Perkinson. Per la prima volta si sente parlare del criterio di Fallibilità come distintivo del processo cognitivo in contrapposizione ad un atteggiamento giustificazionista. Viene sostenuto un approccio critico dove l’errore diventa protagonista nel percorso di costruzione della conoscenza. Nel testo “The Possibilities of error” viene presa in considerazione la possibilità di inserire l’errore nella didattica a scuola, utile al  processo di insegnamento e di apprendimento. Feuerstein dedica alcune pagine del Programma di arricchimento strutturale (PAS) agli errori, proprio per sottolineare la loro funzione come fonte di pensiero critico consapevole. Per mezzo dell’identificazione degli errori e della loro causa, l’allievo apprende strategie fondamentali di analisi critica e sviluppa sicurezza e abili trasversali alla disciplina scolastica. 

Troppo spesso l’insegnamento a scuola si limita alla ripetizione della “nozione esatta”. E i quiz a risposta chiusa sempre più utilizzati nella scuola i in Italia sono quanto di peggio possa esistere per stimolare il pensiero creativo e fuori dalle righe.

Secondo Jo Boaler, docente di Scienze dell’educazione alla Stanford University e direttore di YouCubed, piattaforma educativa con oltre 230 milioni di studenti, autrice di saggi e di numerosissimi articoli, è convinta della plasticità neuronale e della capacità del cervello di modificarsi in modo significativo in breve tempo. Gli studi delle neuroscienze indicano che con un buon insegnamento, i giusti stimoli e messaggi, ma anche il duro lavoro e la pratica costante ogni bambino può raggiungere risultati di alto livello.

Durante l’infanzia chi avuto più opportunità per stabilire connessioni cerebrali e allenare il cervello è facilitato. Ecco perché – sottolinea Bolaer – è ancora più importante che agli studenti “con difficoltà” siano dati ancora più incoraggiamento e opportunità. È importantissimo che gli insegnanti aiutino bambini e ragazzi a sviluppare atteggiamenti mentali di tipo dinamico davanti a problemi complessi. Trovare soluzioni creative a un problema deve permettere di contemplare la possibilità di errore. Non significa che gli esercizi non servano o che alle domande di questi esercizi si possa rispondere a caso, ma che andrebbe potenziata la possibilità di sperimentare.

Ricerche su l’efficacia dei vari metodi di apprendimento dimostrano infatti un’attività cerebrale più intensa nel cervello di persone che stanno commettendo errori rispetto a persone che offrono subito risposte giuste. Quante volte passa l’idea che lo studente migliore in matematica sia quello che arriva più velocemente alla risposta giusta? Come ha ricordato il matematico Laurent Schwartz, vincitore della Medaglia Fields (il “Nobel” della matematica) nel 1950: “l’importante è capire profondamente le cose e le relazioni che hanno le une con le altre. Il fatto di essere lenti o veloci nel farlo è del tutto irrilevante”.

Il pedagogista Daniele Novara e l’equipe del Centro Psico Pedagogico di Piacenza anni fa hanno organizzato un convegno dal titolo: “La lezione non serve. La scuola come comunità di apprendimento”. 

Da questo evento è nato un Manifesto in sei punti della scuola che verrà:

  1. Si impara dai compagni. Anche il copiare allora è un processo di imitazione che permette di apprendere. La scuola ha bisogno di un clima osmotico, la gita ad esempio va fatta a inizio anno per costruire il clima, non a fine anno come premio.
  2. Si impara con le domande. Non quelle che cercano la risposta esatta, ma quelle maieutiche che attivano la voglia di scoprire.
  3. Si impara nel laboratorio. L’alternativa alla lezione frontale è il laboratorio o luoghi dove è possibile spaziare e trovare stimoli.
  4. Si impara sbagliando. Serve una valutazione evolutiva, che tenga conto del punto di partenza e dei progressi fatti. Si impara valutando i progressi fatti, non gli errori.
  5. Si impara con l’insegnante che fa da regista. Non sono gli insegnanti che devono parlare, gli insegnanti devono far lavorare i ragazzi, coinvolgerli, far emergere quel che è più adatto per loro.
  6. Si impara divertendosi. Se la didattica è creativa, sorprende e accompagna alla scoperta, i ragazzi possono sentirsi in grado di andare oltre la cornice dell’abitudine e creare alternative valide per la loro crescita.

Allora andar per tentativi si impara, posizionarsi con trepidazione senza aver paura di sbagliare. Abbiamo visto che le scoperte più grandi sono emerse da errori casuali. I nostri apprendimenti sono fatti di prove e di errori e fin dalla nascita cresciamo con l’impulso di scoprire e imparare qualcosa in più di ciò che già sappiamo o che intuiamo di sapere.

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